Caprilli Kaput - articolo pubblicato da Trotto & Turf il 12 gennaio 2017

Ritratto di enricoquerci

Ho 55 anni ma vado (andavo) all’ippodromo di Livorno da 56. No, non è un controsenso, perché nell’estate del ’61 mio padre trascinava mia madre incinta al Caprilli anche se lei non è che ne fosse entusiasta. In tribuna comunque ci stava, leggendo gialli e da lì “dentro” ho iniziato a sentire le voci e i rumori delle corse dei cavalli. Sarà stato questo, forse, l’imprinting che ha determinato la mia passione per i cavalli, per questo sport. E al Caprilli ho continuato ad andare con mio padre da bambino, soffrendo per il ritardo con il quale ci recavamo la domenica sera perché, in estate, lui andava con il fratello e gli amici a pesca in barca e tornava tardi, tanto che spesso perdevamo la prima corsa della sera. Un dramma per me.

Questo sport è stato sempre la mia passione e al Caprilli ho imparato molto di quelle che sono state poi le basi del mio futuro, non programmato, lavoro ippico di giornalista. Mio padre mi ha insegnato molte cose e tra queste la lezione che ricordo di più fu quella relativa alle scommesse, che poi è valsa anche nella vita: mai fare il passo più lungo della propria gamba. I soldi che mi dava (pochissimi!) dovevano bastare per tutta la sera e io cercavo di vincere con le accoppiate da 200 lire, con i biglietti staccati dal tabellone e obliterati a mano. Ho anche imparato a mie spese che non esistono i cavalli imbattibili.

Insomma, il Caprilli è stato sempre un po' casa mia, dalla quale dista poche centinaia di metri. Proprio qui è iniziata, assolutamente per caso, la mia carriera di cronista.

Assistere al decadimento di questo impianto è stata una sofferenza e, a un anno dalla disputa dell'ultima giornata di corse che vi si è disputata, ci sono tornato. Erano molti mesi che non lo facevo e l'impatto è stato scioccante, anche se di foto a giro ne avevo viste e sapevo cosa stesse accadendo.

La natura sta prendendo il sopravvento sulle strutture lesionate dall'incuria e dal tempo e danneggiate dagli atti vandalici. Dove c'erano le zone a ghiaino, un prato sta crescendo, la vegetazione deborda da quelle che erano le aiuole, le fioriere contengono cadaveri stecchiti di piante. Nella mia testa risuonano i rumori e i suoni familiari ... "Fantini in sella" e mi trovo di fronte al tondino di presentazione, desolatamente vuoto e inselvatichito ... "Cavalli in pista" e l'ingresso sul tracciato di quella che era la pista da corsa e che oggi è una prateria con vegetazione selvaggia è desolante. "I cavalli sono agli ordini dello starter" ... Giampiero Celati citava sempre nei suoi articoli "le mille luci del Caprilli" che la scorsa estate, per la prima volta dalla loro installazione, sono restate tristemente spente. L'impianto d'illuminazione c'è sempre ma chissà se funziona ancora, certamente non adesso che l'ippodromo non ha la corrente elettrica. Le storiche tribune sono ancora integre anche se deserte dal 26 dicembre del 2016. Sotto a esse, sono aperte le porte dei locali che ospitano le postazioni del totalizzatore: cicche, coperte, bottiglie di birra vuote mescolate ai 

porta spiccioli che i terminalisti avevano a disposizione. Una scommessa persa, questo ippodromo. Alle scuderie si assiste a un contrasto evidente. Le corsie che ospitano i cavalli di un manipolo di coraggiosi allenatori sono pulite e linde e ordinate. Il cumulo di letame è molto perché il ritiro avviene ogni due mesi e se in inverno la situazione è sopportabile, in estate non deve esserlo per niente. La pista in sabbia che viene usata per allenamento è ben tenuta anche se le siepi che la cingono sono alte, molto alte.

Livorno piange il suo ippodromo, o meglio lo piangono coloro che amano il Caprilli, un po' meno coloro che lo hanno ridotto in queste condizioni. Quale sarà il Santo protettore degli ippici? Ogni mestiere ha il suo, forse dobbiamo far appello a un generico Sant'Antonio Abate, protettore degli animali, per sperare di vedere nuovamente le mille luci brillare al più presto. Oppure alla Madonna di Montenero, alla quale i livornesi sono molto devoti. Certo che, in questo caso, un miracolo sembra veramente improbabile anche se la speranza è sempre l'ultima a morire. Adesso è solo moribonda.

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